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Nel nome di Aldo Moro, l'alta lezione di passione politica

 
Politica

Nel nome di Aldo Moro, l'alta lezione di passione politica di Pietro Soddu un maestro che scalda i cuori e le teste

di Nanni Spissu

Quanto è ancora dolente il ricordo di Moro, quanto poco, ancora, abbiamo elaborato quel lutto, perchè le sue ragioni ci appaiono sempre più lontane da ogni desiderio e possibilità di scoprire un perchè decisivo, incontestabile, trasparente.

Quanto quel ricordo sa segnare la distanza da questo oggi, in cui tutto appare semplificato nella sua risposta così scoperta a ogni egoismo dichiarato, mai più velato almeno da un' ombra di pudore.

Questo società è impudica, lo è dichiaratamente. E lo è senza dubbi, senza nemmeno quel lieve fremito che l'impudicizia può provocare in una società pudibonda.

Moro sapeva guardare alla realtà da costruire come qualcosa da guidare in un processo i cui termini, i cui percorsi, non potevano essere svelati se non dall'umiltà della ricerca e dalla grandezza del dubbio. Così si generava anche sofferenza, perchè la via d'uscita dal dubbio è la fatica di decidere, di scegliere, portando sulla spalle pesi e croci, quando sembra si possa intravedere una via.

Il percorso dal dubbio alla verità, a quella per un tempo determinato, sta tutto dentro la capacità profetica di chi è chiamato a scegliere, di chi trova, al fine, il senso di quello che sta intorno e è capace di capire che guardare avanti, non fermarsi, significa attraversare il guado, perchè di là, oltre, sta il domani, quello unico tra i possibili. Di qua dal guado sta invece la fine, sta la miopia di chi non sa capire, stava, nelle preoccupazioni di Moro, nella caduta dei sogni, nella decadenza della democrazia, che non è se non la si sa reinventare, per conservarla vitale, ogni giorno.

Pietro Soddu ha ricordato Moro a Cagliari ieri sera: padrino Gianmario Selis, con Pinuccio Serra. Testimoni del tempo, per niente nostalgici, affatto rassegnati, per niente stupiti da questo oggi così prevedibile. Ma anche così lucidamente consapevoli che il cammino da percorrere è lungo, magmatico, perchè sa promettere amarezza e delusione, ma che va intrapreso con umiltà e consapevolezza che i tempi sono ormai altri, che dobbiamo ritrovare motivazioni profonde per un impegno non sterilmente legato ai ricordi e al come eravamo.

Semmai dobbiamo apprendere lo stile di quello statista che aveva sempre dentro di sè il rovello di capire quali strade avrebbero consentito al domani di essere ancora profondamente e radicalmente democratico.

Il coraggio di scegliere. Il coraggio di uscire da uno stallo in cui la politica italiana si trovava perchè una larga parte di elettori erano di fatto esclusi dal governo della nazione. Questo era un problema di democrazia, quando per il Partito Comunista l' esclusione dal governo della repubblica era dogma politico, anche per tutte le complesse implicazioni internazionali legate a questo fatto. La guerra fredda, la Nato. Ma quel Partito Comunista aveva contribuito largamente alla ricostruzione della democrazia italiana, aveva contribuito culturalmente e politicamente a dare alla nazione quella Carta Costituzionale i cui principi erano condivisi da tutte le forze costituenti antifasciste.

Questo processo verso una democrazia compiuta poteva essere guidato e Moro ne fu capace, perchè da lui affidato alla ragione politica e alla forza della logica democratica. E al coraggio civile di chi aveva la percezione, ma anche prove concrete del rischio anche personale che poteva correre, ma cui oppose, eroe nudo e indifeso, la determinata lucidità che gli veniva dalla certezza della necessità di quella scelta.

L'incontro con Pietro Soddu è sempre quello con un maestro, con uno che aveva condiviso, nei fatti e nella concretezza della politica da lui guidata e dalle istituzioni a lui affidate, quel disegno moroteo e che oggi mantiene inalterato quello smalto ideale. Egli ci ricorda che la politica può essere ancora impegno, può essere sacrificio e, magari, delusione, deve essere terreno della responsabilità e anche della lucida consapevolezza che c'è un cammino possibile se si saprà capire: che nulla è più quello che sappiamo e che ricordiamo, che dobbiamo adattare i nostri strumenti di analisi e di prassi politica, adeguandoli a questo presente per noi così straniante e indecifrabile. Che decifrarlo è, però, dovere nostro e da lì, allora, partenza, di nuovo, per risalire la china.

Una bella lezione politica, una bella presa di contatto con il duro terreno del lavoro politico, da caricare con i propri ideali, da mettere in comune, con ritrovata vitalità e coraggio, che non deve mancare o è la fine.

Questo lavoro, penso, deve ritrovare i suoi luoghi, deve ritrovare i suoi attori, deve trovare l'umiltà di ascoltare e l'orgoglio di credere e di immaginare.

Se circoli di partiti, associazioni e organizzazioni del centro sinistra sapranno reinventare la politica dell'incontro, ricominciando a farla fuori dai salotti e dagli studi televisivi, tra le persone, nel dibattito, nella ricerca, nella felicità della scoperta in comune, il tessuto ritroverà la sua trama e una nuova politica si potrà dipanare con fatica, ma con una ritrovata speranza e tangibili conquiste.

Il resto rischia di essere miserevole degrado, piccolo cabotaggio, meschine revanche, concierge da basso impero. Possiamo scegliere. Guai a sbagliare. E si sbaglia di grosso quando si è convinti che a guardare indietro è sempre perdersi nella nostalgia e adagiarsi su morbide e accoglienti coltri.

Si può ascoltare anche la memoria, non siamo figli di nessuno. Siamo e ci riconosciamo figli di un passato cui dobbiamo tanto, si chiama Moro, si chiama Berlinguer o chi altri, non so, come Ugo La Malfa.

La loro lezione è il coraggio di guardare avanti. Quei grandi lo avevano capito benissimo. Prima di noi.


Inviato da : arzachena_futura Ricerca Stampa Invia ad un amico Leggi tutto...  

 

Opinioni a confronto

 
Il Paese

Guardando la linea dell' orizzonte che si staglia nitida ai confini fisici dello sguardo, quanti di noi hanno pensato ad un elemento di distacco tra la terra e il cielo, ancora per essere più concreti ragioniamo sulla presenza di una recinzione che determina e caratterizza proprietà diverse e subito il pensare corre all'individuazione di una divisione materiale dello stesso elemento.

Siamo in pratica per cultura, personalizzazione o forma latente di egoismo portati a concepire piani e volumi come appartenenti a categorie disgiunte tra loro fisicamente e concettualmente: in effetti considerando i due esempi sotto un' ottica meno separati sta le due linee di demarcazione ci dovrebbero apparire come vincolo incollante.

La volontà da più parti espressa di voler trasformare subitaneamente il nostro paese in una cittadina moderna e aperta a processi di sviluppo sostenibile è alimentata dal concetto in apertura: si ritiene cioè di poter dar vita a realizzazioni imponenti nella dinamica operativa e nell' ardire concettuale senza tener conto delle valenze attuali che in qualche modo presentano vincoli, né delle discrepanze urbanistiche che striderebbero con l'esistente.

Abbattere colline per rinvigorire il costruito o innalzare stabili oltre il tollerabile in aree limitatissime, offende lo sguardo e ferisce la cultura del vicino e di un'intera comunità che sta assistendo come non mai ad una metamorfosi che si manifesta troppo rapidamente nel tempo e con prospettive tendenti ad abbassare il valore medio del territorio, privato delle amenità naturali per fare spazio a cubature pressanti o architetture prorompenti.

Il concetto di "Ciò che è mio e ne faccio quello che voglio" è già da tempo instaurato e radicato profondamente nell'essenza originale del nostro animo: le nuove tendenza offrono l'opportunità di apportare consolidamento cercando con artifici di finezza scientifica di ammantare con velature legali quel che dovrebbe invece essere messo allo scoperto soprattutto quando condizioni particolari di appartenenza a domini consentono di far varcare quote di potenzialità ( in linguaggio politicamente corretto "utilità") oltre il confine, si accompagni pure la traslazione con sentimenti di rammarico generalizzato.

In termini di profitto, che non sempre coincide col benessere, e spostando il punto di osservazione, la gigantesca operazione che si diffonde sul territorio assume parvenza d'imprenditorialità, dinamicità, crescita sopportabile, lavoro per indigeni ed esotici: tra qualche anno come saremo costretti a giudicare la linea dell'orizzonte?


Inviato da : simpatizzanti_sito Ricerca Stampa Invia ad un amico Leggi tutto...  

 

SIMPLICITER

 
Cultura
Dolce nembo mattutino
ch' al primo albeggiar non ti dissolvi
ch' al mugghiar del maestrale il viso porgi
che il sogno non insegui
ma al risveglio per mano m'accompagni ...

Resta con me
dimentica lo zefiro
riversami nell'anima le note del sorriso tuo
educimi dalla tenebra di questa mia solitudine
disvelami il sentiero dell'amore
Resta con me,
così,
semplicemente,
con me ogni giorno,
con me, se puoi,
per sempre.

Inviato da : artemysia Ricerca Stampa Invia ad un amico Leggi tutto...  

 

Il poker è il gioco delle decisioni.

 
Altre Tracce Il poker è il gioco delle decisioni.E ci sono naturalmente decisoni giuste e sbagliate.Mi spiego: se qualcuno prima di me ha puntato forte ed io ho in mano carte basse, giocare è sicuramente una decisione sbagliata.Nel poker però alcune decisoni sbagliate potrebbero rivelarsi alla fine la mossa giusta.Ovvero, se ho comunque deciso di sfidare il mio avversario con una mano basse e sul tavolo scendono poi solo carte simili alle tue, vincerò.Vinco,nonostante l'errore di valutazione.Il problema è quando non mi accorgo che è stata una decisone sbagliata, quando non mi rendo conto che le probabilità di successo erano davvero poche e che solo l'imprevedibilità delle carte ha fatto in modo che ne uscissi bene.Chi non ha capito il poker crederà che il gioco andrà sempre così.E lo stesso vale per la Vita.

Inviato da : Bill Ricerca Stampa Invia ad un amico Leggi tutto...  

 

Cavalieri senza mito: apologia di un mandato con prelazione di rinnovo.

 
Il Paese

Durante i preparativi per le costituende liste dell' attuale compagine regnante, in molti si presentarono come cavalli recalcitranti, qualcuno come ronzino chiudi pista, i più audaci e consapevoli mostrarono le credenziali di mustang, l'indomito equino delle praterie nord americane reso famoso dai tanti film western d'importazione.

Qualche sconfitto di allora si era spinto a giudicare la coalizione vincente come una specie di armata capace di muoversi verso gli obiettivi programmati senza risentire delle condizioni climatiche né delle asperità orografiche: la volontà di mostrare la propria forza era tale da essere valutata come sconvolgimento epocale: gli effetti si fecero vedere subito partendo dalle assolute libertà operative di cui in molti si rivestirono o ne furono ammantati.

In nome e virtù del lavoro si sono brillantemente camuffati i contorni dei profitti facili, rapidi e incondizionati: il territorio è stato oggetto, in qualche caso,di utilizzo consapevole e pregevole con realizzazioni degne di essere citate come modello, per il restante si è assistito ad una forma di devastazione che nulla a che vedere con gli originari programmi di sviluppo con cui il Principe levantino riuscì a trasformare una terra sconosciuta in un polo di attrazione internazionale di cui ancora per decenni ci vanteremo facendo leva su ricordi e splendori ormai sfocati.

Alla luce delle regole del rispetto dettate dal buon senso comune, dalle clausole dei vari enti preposti alla tutela dell'ambiente e del paesaggio, dalle indicazioni con provenienza ecologista, ciò che sta capitando al nostro territorio appare oggi ancor più incomprensibile ed inaccettabile ed è difficile capire perché questo trend continui con incessante martellamento.

Col tempo gli appetiti crescenti e diversificati, nonché gli onori e le elargizioni di carattere morale e lungimiranza realizzativa ricevuti, hanno convertito il temperamento cooperativistico e solidale di molti in microcellule autonome con potere decisionale difforme dagli orientamenti fissati in ongme.

Senza la pretesa d'incomodare l'iconografia classica, ma con il desiderio d'offrire una rappresentazione aderente alle percezioni di molti osservatori, si potrebbero dipingere immagini persuasive similmente focalizzate: all'ombra del destriero alato si sono originati dei piccoli, ma, non per questo, pericolosi cavalli di Troia che intendono ritorcersi paurosamente verso chi li ha accolti con benevolenza in una casa di ideali chiari negli intenti, forse meno nei risultati e nei giudizi.

Al momento esiste poco tempo per i rimpianti: occorre guardarsi bene attorno e ricostituire il Gruppo con apporti meno velleitari e con certificata purezza; una forma di equità intellettuale è d'obbligo correlata alla nobiltà di rito, perché la tenzone tra le Rappresentanze possa avvenire all'insegna della lealtà, dell'onore e della forza dei programmi.


Inviato da : simpatizzanti_sito Ricerca Stampa Invia ad un amico Leggi tutto...  

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